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Violenza domestica e ruolo degli operatori di polizia

Il tema della violenza domestica e familiare è un tema molto delicato, vasto e da affrontare da diverse angolazioni.

Innanzi tutto occorre fare chiarezza: la violenza in famiglia può essere agita e subita nella coppia (solitamente chiamata violenza di genere ma occorre specificare che il fenomeno esiste ed è sotto osservazione anche all’interno di coppie omosessuali), può essere inflitta ai figli e in questo caso si parla di maltrattamento su minori, può essere agita da parte dei figli nei confronti dei genitori.

La violenza di genere può avere diverse forme, può essere:

  • Fisica: è quella che viene agita attraverso spintoni, schiaffi, pugni, calci, morsi, lanci di oggetti e in generale atti che possono essere lesivi alla persona da un punto di vista fisico oltre che psicologico;
  • Psicologica: è quella che in maniera più sottile e subdola ma altrettanto dolorosa viene veicolata da atteggiamenti, imposizioni, urla e condizionamenti psicologici. Ad esempio vietare alla donna di uscire o di coltivare amicizie e hobby, minacce di morte o minacce di suicidio, ricatti, insulti;
  • Economica: è quella forma di violenza che toglie e depriva la donna del proprio stipendio e conseguentemente della possibilità di acquistare beni propri o di uscire e coltivare amicizie e spazi;
  • Sessuale: si intendono molestie sessuali e stupri a proposito di questo è bene ricordare che anche all’interno di una coppia si può verificare una violenza sessuale;
  • Stalking: dall’inglese to stalk (inseguire) è l’ “insieme di comportamenti persecutori ripetuti e intrusivi, come minacce, pedinamenti, molestie, telefonate o attenzioni indesiderate, tenuti da una persona nei confronti della propria vittima”, può essere attuato dall’ex partner o da uno sconosciuto, ma anche da un amico o un parente.

Questa distinzione non sta ad indicare una differenza nelle possibili conseguenze o nella gravità ma piuttosto a dare il giusto nome a fatti, atteggiamenti e comportamenti che solitamente possono venire non identificati come violenti solo perché non caratterizzati da percosse.

Spesso si verificano più forme di violenza nella stessa situazione.

La violenza in generale e in particolare nel caso di minori, può essere assistita ovvero, come la definisce il CISMAI “violenza verbale, psicologica, violenza sessuale e violenza economica compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori; s’includono le violenze messe in atto da minori su altri minori o su altri membri della famiglia e gli abbandoni ed i maltrattamenti ai danni di animali domestici. Di tale violenza il/la bambino/a può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti.”

I bambini che assistono a queste forme di violenza come quelli che subiscono una violenza direttamente e sulla propria pelle, sono inevitabilmente toccati e segnati da un sistema che dovrebbe proteggerli e al contrario li mette a repentaglio. Tra le possibili conseguenze: sensi di colpa e difficoltà scolastiche, depressione, scarsa autostima e nel lungo periodo maggior probabilità di insorgenza di psicopatologie o di comportamenti violenti.

La figura e il ruolo dell’operatore di Polizia in questo contesto è di grande importanza e spesso l’operatore stesso rimane segnato e provato dalle situazioni con cui si trova in contatto. Uno dei fattori di stress del lavoro in divisa è infatti l’operato con le fasce più deboli della popolazione (anziani, disabili, donne, bambini…). L’operatore chiamato per un litigio domestico inoltre non sa cosa può aspettarsi, dalle urla alle botte, dalle minacce a tentativi di omicidio-suicidio, l’imprevedibilità dell’intervento aumenta l’impatto stressogeno.

La prima fase, quella dell’intervento, ha un ruolo fondamentale sugli esiti della vicenda e sulle emozioni percepite dagli operatori, ma un altro momento di estrema delicatezza e di fondamentale importanza è la raccolta della denuncia.
Alcuni studi dimostrano che lo stato d’animo dell’operatore o spesso nei casi di violenza dell’operatrice è in grado di condizionare l’efficacia della denuncia stessa a livello giuridico.
Se chi raccoglie la denuncia si trova in uno stato ansioso potrebbe infatti evitare di fare domande e indagare in modo più preciso e professionale sui fatti accaduti. Nei casi di violenza e di denuncia per maltrattamento i dettagli e gli aspetti che in prima battuta sembrano meno importanti sono in grado di fare la differenza aumentando così anche il senso di efficacia percepita dall’operatore stesso.

L’operatore svolge un ruolo fondamentale nelle sorti della vicenda ma la vicenda stessa può avere un ruolo fondamentale sulla vita dell’operatore. Spesso operatori che raccolgono la denuncia di sevizie e maltrattamenti (non è il caso della violenza domestica ma pensiamo alla violenza subita dalle donne che fanno parte della tratta della prostituzione), possono uscirne scottati e traumatizzati.
Per questo possedere competenze specifiche per condurre la raccolta della denuncia nel modo più appropriato e in grado di fornire una migliore conoscenza del fenomeno dovrebbe essere una priorità: nel rispetto della vittima della violenza, per l’efficacia dell’azione di polizia, per la prevenzione di sintomi post-traumatici per gli operatori coinvolti.

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