Giovanni Spaccavento – Socio di Cerchio Blu.

Cerchio-Blu-Guardia-Costiera

‘’La notte del 13 gennaio 2012 non ero in servizio di “allarme”, ciononostante dormivo in Base nella camera a me assegnata, quando fui svegliato da un collega il quale mi chiese, con tono perentorio, di prepararmi per andare in volo. Sebbene non fossi “reperibile” non chiesi altro, in quei momenti ogni parola è superflua, indossai la tuta di volo e mi diressi verso l’hangar dove altri colleghi stavano terminando i controlli pre-volo all’elicottero.

Decollammo dalla Base di Sarzana per “fornire assistenza” a una nave di grosse dimensioni in difficoltà ma, giunti in prossimità del Giglio, ci rendemmo conto dell’effettiva gravità della situazione.Vedere una nave di quelle dimensioni sbandata su di un fianco e con tutte quelle persone che camminavano sulla sua paratia esterna fu così surreale da farmi pensare ad un set cinematografico, con la differenza che le persone sotto di noi non erano comparse, ma persone in reale pericolo di vita.
…Dall’alto sembrava un brulichio di formichine…!

CC CB

 

 

Effettuammo un sorvolo dell’intera area per cercare – grazie all’impiego di una termocamera FLIR (n.d.r. Forward Light Infra Red) – di scorgere in mare, tra i rottami e le dotazioni galleggianti, eventuali naufraghi. Comunque, superato l’impatto iniziale, mettemmo in pratica le procedure per le quali ci addestriamo giornalmente e alla fine, recuperammo diverse persone, la maggioranza delle quali adulte. Molte di esse facevano parte dell’equipaggio della Concordia. Le tirammo su dalla plancia. Erano tutti impauriti e infreddoliti, offrimmo loro una coperta. Non avemmo il tempo di parlare: li conducemmo a Grosseto, dove ebbero tutti i conforti.

Ridecollammo da Grosseto e ci dirigemmo nuovamente sul luogo dell’incidente. Durante il breve tragitto un rapido controllo alle attrezzature necessarie, nella mia mente già chiare le P.O.S. (n.d.r. Procedure Operative Standard) da eseguire durante le successive sortite, poi – come un lampo – la consapevolezza che, durante un incidente gli eventi evolvono rapidamente presentandosi ai nostri occhi con uno scenario completamente diverso. Mi chiesi: “La nave sarà già affondata?”. Non c’era tempo per le domande, per le ipotesi, in men che non si dica ero nuovamente a manovrare il verricello di soccorso al quale era assicurata una bambina impaurita ed infreddolita che, tra un singhiozzo e un altro, mi parlava una lingua che non capivo.

Una volta sull’elicottero, la liberai dalla braga e la rassicurai, passandole la mano sul capo; il rumore assordante del motore principale rendeva vano ogni tentativo di comunicazione verbale se non attraverso l’apparato interfono installato nel mio casco!Mi girai verso il portellone per calare nuovamente il cavo d’acciaio che, in breve tempo, avrebbe strappato un’altra vita al mare. In cuor mio pensai e sperai soltanto che la persona agganciata al cavo fosse sua madre!”.

Questo racconto, condiviso da un aerosoccorritore della Guardia Costiera, fornisce un ottimo viatico nell’affrontare la problematica – talvolta poco nota ai non addetti ai lavori – delle emozioni provate dai soccorritori durante il proprio servizio.Il racconto “trasuda” letteralmente di percezioni, impressioni, sensazioni, emozioni, pensieri e azioni che nei momenti iniziali del soccorso quasi aggrediscono il soccorritore. I primi dati che giungono alla coscienza del soccorritore sono raccolti, di norma, dagli organi di senso, la vista in primis.

Gli occhi “perlustrano”velocemente l’area intorno all’unità sinistrata allo scopo di individuare, tra i rottami e le dotazioni galleggianti, eventuali naufraghi da soccorrere; poi udito e olfatto raccolgono ulteriori informazioni, scoppi, organi in movimento, lamenti, grida, cattivi odori, fumo etc. Individuato un corpo ci si avvicina mentre, il tatto, completa il set di percezioni stabilendo il “con-tatto” con la realtà dei fatti, con l’avente bisogno di aiuto e, talvolta, con la morte. La sensazione che per prima viene descritta nel racconto è quella della “irrealtà”:  non è possibile che sia vero! Nelle fasi iniziali dell’operazione di soccorso la sensazione di irrealtà rappresenta, di fatto, una frattura tra la normalità e l’evento imprevisto, tra l’accettabile (occorre accettare senza discutere ciò che è accaduto per poter essere utili) e l’inaccettabile (una o più vite in pericolo di perdersi), ma sono sufficienti pochi secondi per consentire al soccorritore l’adattamento alla nuova situazione richiamando a sé ogni capacità razionale in grado di garantirgli l’imprescindibile equilibrio tra le emozioni che rischierebbero di sopraffarlo e il loro controllo. Sulla scena dell’incidente il mondo emozionale del soccorritore è perciò tenuto in bilico, in una sorta di sospensione vigile, tra forti sensazioni/emozioni e distacco, adattamento, razionalità, operatività (Fenoglio, 2010).

Posto che non sempre questo accade, se l’operatore del soccorso non è sufficientemente supportato o preparato o se le emozioni sono “troppe” in quel momento oppure tutto l’ambiente circostante, compresa la propria organizzazione, è in condizioni di stress estremo, allora può accadere che dalle emozioni si passi direttamente all’azione, operazione pericolosa, perché irriflessiva: si parla allora di un “agito (1)”, poiché le emozioni determinano direttamente l’azione da compiere senza il preliminare vaglio del pensiero razionale.

E’ questo l’ambito operativo della Psicologia dell’Emergenza che ha come obiettivo primario la tutela dell’equilibrio psichico di quei soggetti che esposti a eventi traumatici causati da disastri o calamità possono diventare, secondo la tassonomia di Taylor, 1999:

  • vittime di primo livello (coloro che hanno subito direttamente l’evento critico)
  • vittime di secondo livello (i parenti delle vittime di primo livello)
  • vittime di terzo livello (i soccorritori, professionisti e volontari, chiamati a intervenire sulla scena dell’evento traumatico, che a loro volta riportano danni psichici per la traumaticità delle situazioni a cui devono far fronte).
  • vittime di quarto livello (i membri della comunità colpita dall’evento).

 

Il soccorso: una realtà multilayer

L’organizzazione del soccorso si è evoluta negli ultimi anni a causa dell’incremento del traffico commerciale terrestre, marittimo e aeronautico, oltre che per i numerosi incidenti che per dimensione e impatto hanno scosso l’opinione pubblica. Circoscrivendo l’analisi all’ambito marittimo, l’attività di soccorso svolta dal Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera – consta di una fase di ricerca e della successiva fase di soccorso, ove la prima “Search” – così come definita dalla Convenzione di Amburgo sulla Ricerca e Soccorso in mare – è “l’operazione che impiega il personale e le risorse disponibili per localizzare le persone in pericolo di vita”, mentre la seconda “Rescue” definisce “l’operazione finalizzata al recupero delle persone in pericolo, fornire loro le prime cure mediche o la prima assistenza e sbarcarle in un luogo sicuro”. Tali operazioni S.A.R. (Search And Rescue) si svolgono talvolta in aree molto estese per le quali diviene necessario avvalersi di una molteplicità di professionalità, mezzi e tecnologie per individuare le unità in difficoltà, valorizzare le informazioni di allarme e procedere con le operazioni di soccorso che si articolano in uno o più dei seguenti gruppi di attività (denominati stadi), posti in essere dall’Organizzazione SAR in risposta all’evento di soccorso: Allertamento, Azioni iniziali, Pianificazione, Operazioni e Conclusione.

A questo si aggiunga che spesso le operazioni di ricerca e soccorso sono condotte in condizioni meteo-marine sfavorevoli, talvolta persino proibitive o addirittura di notte. Le attività connesse al soccorso possono essere analizzate sotto molteplici punti di vista, ognuno meritevole della massima attenzione, anche se, nella pratica, si tende a considerare maggiormente gli ambiti giuridici inerenti le responsabilità connesse all’omissione di soccorso oppure l’ambito tecnico–operativo afferente tanto l’allestimento dei mezzi quanto l’esecuzione delle procedure di ricerca prima e del soccorso poi. Oltre ai suddetti ambiti negli ultimi anni sta emergendo, in maniera preponderante, l’attività di soccorso, di tipo umanitario, in favore di una pletora di migranti in fuga dai rispettivi Paesi ove sono oggetto di pesanti persecuzioni, alla quale è connessa la presente trattazione che si pone l’obiettivo di indagare, seppur brevemente, gli effetti che tale attività induce a livello psico-sociologico sui soccorritori.

Chi sono i soccorritori

In questa classificazione vi è tutto il personale impegnato in attività di soccorso e che pertanto è sovente esposto a quello che tecnicamente si chiama “evento critico di servizio” ovvero una situazione professionale in grado di sopraffare le usuali strategie di fronteggiamento messe in atto dall’operatore e da cui ne deriva distress e deterioramento del normale funzionamento psicologico. Nella realtà dei fatti, l’equilibrio psico-fisico dei soccorritori è messo a dura prova a causa di diversi fattori, oggettivi, soggettivi, oltre che organizzativi. Tra i fattori oggettivi sono compresi quelli che comportano gravi danni per neonati e bambini o che coinvolgono molte persone (dall’incidente stradale al naufragio), oppure che causano lesioni gravi (mutilazioni e deformazioni del corpo delle vittime), o che causano la morte di colleghi oppure il fallimento di una missione di soccorso con conseguente morte di una o più persone. I fattori di rischio soggettivi riguardano invece la tendenza eccessiva del soccorritore a identificarsi con la vittima o, di contro, il bisogno di tenersi a distanza da essa. Altri fattori sono le problematiche psicologiche del soccorritore e/o la presenza di traumi pregressi inelaborati oppure la mancanza di idonee strategie per fronteggiare lo stress e/o di valutare la propria tolleranza ad esso.

Infine vi sono i fattori di rischio legati all’organizzazione come, ad esempio, i ritmi di lavoro eccessivi o le carenze nei processi di comunicazione, di selezione e formazione degli operatori del soccorso oppure nella mancanza di programmi di supporto psicologico in favore di questi ultimi.

Soccorritori si nasce o si diventa?

La formazione di un soccorritore avviene attraverso una serie di passaggi:

  • corso teorico
  • stage pratico
  • autoapprendimento sul campo
  • la guida degli anziani
  • il “prova ed errore”

 

Conoscere le proprie emozioni e nominarle favorisce la mentalizzazione e previene gli agiti (acting-out). Non v’è dubbio che ci siano emozioni onnipresenti in attività di soccorso, così come è evidente che ci siano emozioni legate al singolo soccorritore, al proprio carattere, alla sua biografia o, eventualmente, al particolare momento storico della propria esistenza. Conoscere le proprie emozioni, comprenderne l’origine e l’impatto sull’attività professionale può far emergere una consapevolezza in grado di assegnare spessore a un’attività troppo spesso etichettata come “un mero fare”, ma che invece presuppone una pluralità di stimoli e risposte emotive che, qualora conosciuti e riconosciuti, possono fornire agli operatori del soccorso un utile strumento per proteggere meglio se stessi migliorando nel contempo le proprie competenze relazionali.

Reazioni emotive degli operatori del soccorso

Storicamente, in ogni team di soccorso, veniva identificato un membro che in funzione di proprie caratteristiche personali veniva “eletto” o si prodigava a sostenere i membri della squadra che di volta in volta rappresentavano disagi di natura psico-sociologica, dispensando consigli che il più delle volte, erano frutto dell’esperienza pregressa nel ricoprire il medesimo ruolo. Tale supporto, sebbene encomiabile, era di norma improvvisato ed elargito senza competenze specifiche nel settore con l’intento di aiutare il collega che in quella circostanza, in quel particolare avvenimento, aveva sofferto un disagio. Purtroppo non è sempre facile identificare all’interno della squadra chi riveste il ruolo di “sostegno” così come anche è infrequente che un membro del team di soccorso richieda spontaneamente aiuto o comunichi una situazione di disagio agli altri. A questo si aggiunga che le reazioni emotive e cognitive degli operatori dell’emergenza non sono statiche ma dinamiche, sulla base dell’evoluzione dell’intervento.

Hartsough e Myers (1985) hanno elaborato un modello a fasi per descrivere le reazioni psicologiche degli operatori dell’emergenza in un intervento critico che si evolve lungo quattro stadi temporali: allarme, mobilitazione, azione e smobilitazione. A ciascuno stadio si associano specifiche reazioni fisiche, cognitive, emozionali e comportamentali talvolta molto marcate, che vanno comunque considerate come reazioni normali a situazioni straordinarie. Per economia di discorso non è possibile esplicitare le reazioni nei vari stadi sebbene, in sintesi, possiamo affermare che l’intervento di soccorso presenta un incremento di attivazione psico-fisica nella “partenza” verso il luogo dell’incidente che culmina con un picco in corrispondenza dell’intervento di soccorso per poi ridursi durante il rientro in sede. Per salvaguardare il proprio equilibrio psico-fisico l’operatore del soccorso deve imparare a “riconoscere e rispondere” alle emozioni che scaturiscono dall’opera di soccorso soprattutto nella fase emotivamente più impattante ovvero quella che gli si paventa innanzi all’arrivo sul luogo del sinistro. In tale fase il soccorritore per auto-tutelarsi pone in essere alcune strategie (dette di coping) fra le quali ricordiamo la “frammentazione sequenziale della scena” ovvero una sorta di parcellizzazione dell’intero scenario in tante sezioni ognuna delle quali richiede al soccorritore l’esecuzione di una o più specifiche procedure di emergenza ad esempio, in caso di incidente stradale, il taglio delle lamiere, l’estrazione del corpo, il posizionamento della barella, il paziente da intubare etc (Pierantoni et al. 2008).

Un’altra forma di autotutela negli incidenti con morti è la cosiddetta “strategia del distanziamento emotivo” con conseguente “spersonalizzazione della vittima” o addirittura mediante una “reificazione del corpo”. In tale circostanza gli operatori che si trovano a recuperare resti umani simulano di raccogliere “oggetti” sebbene l’efficacia di questa strategia possa ritenersi solo parziale poiché, ad esempio, il recupero e rimaneggiamento degli effetti personali di una vittima (per esempio, foto, documenti, monili) potrebbe far emergere la sua storia di vita e le sue peculiari caratteristiche con conseguente coinvolgimento emotivo da parte del soccorritore più vulnerabile. Anche l’umorismo può essere annoverato tra le strategie di coping durante le operazioni di soccorso poiché associando in modi inaspettati due contesti o circostanze normalmente non correlate, a volte perfino conflittuali, produce una “incongruità trasgressiva”  che alleggerisce la tensione e facilita una reinterpretazione, in chiave meno cupa, della situazione. L’umorismo e la risata producono inoltre benefici tanto a livello fisiologico – consentendo al soccorritore di scaricare rapidamente la tensione – quanto a livello psico-sociale mediante l’instaurazione di un “legame emozionale” tra i componenti del team in grado di favorire un clima coeso e amichevole (Pierantoni e Prati, 2009).

 

Una capacità innata per il fronteggiamento degli eventi avversi: la resilienza

Sebbene l’esposizione a eventi critici comporti necessariamente sofferenza, appare evidente che la specie umana sia dotata di alcune risorse di cui è inconsapevole portatrice e all’occorrenza fortunata fruitrice tra le quali, la più importante è la “resilienza”. Essa può essere considerata come il processo attraverso il quale, a seguito di un evento critico, il soggetto mette in atto una serie di risorse psico-fisiche secondo un processo tendenzialmente ottimistico che presuppone due elementi: i fattori di rischio (variabili presenti a ogni livello sistemico (persona, famiglia, comunità, società) e l’adattamento (Malaguti, 2005). Laddove tale capacità non sia sufficiente a “tamponare” l’alto investimento emotivo richiesto dalla circostanza o dall’evento si possono verificare conseguenze che qualora sottovalutate, possono degenerare in vere e proprie patologie.

 

Conseguenze psicologiche Stress, burnout, trauma

Fra gli aspetti maggiormente impattanti sui soccorritori vi è l’esposizione a scene di “morte traumatica” con cadaveri mutilati, bruciati, deturpati, in cui l’operatore del soccorso è sottoposto a una forte stimolazione sensoriale particolarmente disturbante. A titolo di esempio, si sottolinea che non è infrequente rilevare tra gli operatori del soccorso “l’allucinazione olfattiva”, ossia la sensazione di sentire l’odore della carne bruciata (per effetto di un incendio) o in putrefazione (annegamento con recupero differito della salma) anche a distanza di tempo dall’intervento di soccorso oppure la necessità di lavarsi continuamente le mani per avere l’impressione di rimuovere da esse l’odore sgradevole. E’ un’esperienza forte, forse la più forte, tant’è che in molti team di soccorso sono previsti veri e propri riti di iniziazione cui sono sottoposti i neofiti soprattutto nelle operazioni in cui occorre gestire una salma. Una sorta di battesimo nel processo di socializzazione lavorativa del nuovo arrivato volta, da un lato, a stemperare la tensione e dall’altro a consolidare l’appartenenza al gruppo.

«Ora si che sei uno dei nostri!», «Benvenuto a bordo», sono le frasi tipiche con le quali il neo arrivato viene accettato integralmente all’interno del gruppo, dell’equipaggio o della squadra.

Diversamente, ove tali tecniche di socializzazione e condivisione non siano sufficienti e per il concorrere di altri motivi e dinamiche il soccorritore non sia in grado, prima, durante e dopo un intervento di soccorso, di gestire le proprie emozioni disfunzionali, possono intervenire effetti deleteri sulla stabilità psicologia dell’operatore del soccorso che, talvolta, possono degenerare in vere e proprie patologie, come ad esempio lo stress cronico, il burnout ed il trauma psichico.

  1. Stress

Da un punto di vista scientifico, con il termine stress’’ si intende la risposta aspecifica di un organismo a ogni richiesta che proviene dall’ambiente esterno o interno dell’individuo e ne richiede un adattamento. Per quanto concerne l’operatore del soccorso si possono delineare condizioni di stress positivo (eustress) quando, ad esempio, tutte le energie sono canalizzate per far fronte ad una richiesta di soccorso nella maniera più efficiente, o , al contrario, di stress negativo (distress) quando si vive l’esperienza frustrante di lavorare con scarsi mezzi o l’attività richiesta eccede le proprie energie. E’ indubbio che per la particolare attività svolta dall’operatore del soccorso sono richieste specifiche caratteristiche di personalità in grado di garantirgli una corretta gestione dello stress come, ad es., la tolleranza dell’incertezza e dell’errore oppure il possesso di capacità creative e di problem solving, la predisposizione al lavoro di squadra, una stabilità emotiva o ancora, la capacità di cogliere il contesto sociale e umano (comprese le differenze culturali) e di addattarvisi.

  1. Burnout

II termine inglese “burnout” può essere tradotto letteralmente in “bruciato”, “fuso” e indica una condizione di esaurimento emotivo derivante dallo stress come conseguenza alle condizioni di lavoro oltre che a eventuali altri fattori della sfera personale e ambientale. Lo stress si esplicita proprio dall’interazione sociale tra l’operatore del soccorso e il destinatario dell’aiuto poiché, tale relazione, presuppone investimenti emotivi molto forti associati a impieghi talvolta prolungati, con conseguente “sovraccarico” sul piano personale ed emotivo oltre che su quello professionale. La persona colpita da burnout erige una sorta di muro tra sé e le persone di cui si occupa, in modo da difendersi da stimoli ormai insopportabili.

 

  1. Trauma

A differenza di stress e burnout, la reazione a un trauma ha un carattere solo relativamente legato alle caratteristiche personali: esso ha infatti forma inevitabile e universale. Per potersi dire ‘’traumatici’’ gli eventi devono possedere caratteristiche particolari, recentemente molto studiate in letteratura. Per esempio comportare la morte, la minaccia di morte, gravi lesioni o integrità fisica a sé o ad altri prossimi oppure suscitare sentimenti intensi di impotenza e orrore. Si può parlare così di esperienza traumatica per la perdita inaspettata di un familiare o dei propri beni (per esempio la casa); o l’allontanamento forzato dai propri luoghi, regione o patria, con la perdita del proprio mondo sociale oltre che dei propri legami. Come accennato nella disamina dei fattori oggettivi per un soccorritore, esposto con continuità a eventi tragici e a sofferenze, tre eventi in particolare mettono a rischio l’equilibrio psicologico e si possono perciò chiamare traumatici: la morte di un bambino, la morte di massa e la morte o il ferimento grave di un collega. Sono esperienze di intenso coinvolgimento e sofferenza in grado di abbattere le normali contromisure difensive del soccorritore poiché, ad esempio, nel caso della morte di bambini o di un collega, l’identificazione ha caratteristiche di intensità tali da non poter essere governata con i metodi usuali. Lo stesso dicasi per catastrofi con numerose vittime per cui l’ambiente tutto è così intriso di sofferenza e sgomento da non concedere spazio alle opportune prese di distanza.

Le manifestazioni tipiche sono:

  • ricordi o sogni spiacevoli ricorrenti e intrusivi dell’evento;
  • agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando;
  • evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale (non presenti prima del trauma).

La letteratura psicologica riguardante i disastri, le guerre, le migrazioni di massa, gli eventi traumatici individuali, così come nelle pubblicazioni che trattano di soccorso, è sempre più incline all’impiego dell’acronimo PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) quando ci si riferisce alle reazioni emotive delle vittime e dei soccorritori esposte ad un evento critico. I sintomi di PTSD, quelli prima brevemente descritti, sono in molti casi una realtà e coinvolgono soccorritori esposti a esperienze particolarmente devastanti.

Come proteggere gli operatori esposti agli eventi critici?

Al fine di prevenire o limitare gli impatti emotivi sul personale soccorritore sono state predisposte alcune metodiche di intervento alcune delle quali sono il Defusing e il Debriefing.

Il Defusing, solitamente offerto alla squadra nelle prime ore dopo l’intervento o l’esercitazione, consiste in un confronto di gruppo che spinge i suoi membri ad affrontare gli avvenimenti, di cui sono stati primi attori, con la finalità di far esprimere e condividere le emozioni vissute.

Il Debriefing, invece, rappresenta una delle principali tecniche utilizzate all’interno di un intervento psicologico dopo un evento critico e può essere inteso come uno spazio all’interno del quale una squadra di soccorritori, coinvolta in un evento critico particolarmente significativo, è messa nelle condizioni di affrontare in maniera strutturata e protetta quello che è accaduto e quello che ciò ha significato soggettivamente per ognuno dei partecipanti.

Il debriefing, al contrario del defusing, deve essere condotto da uno specialista in salute mentale, con specifica esperienza nella conduzione di gruppi, perché durante l’incontro si liberano forti emozioni, che qualora non gestite opportunamente, possono suscitare sofferenze ben più gravi di quelle osservabili da un “occhio” attento al solo rispetto della conduzione tecnica. Il debriefing dovrebbe essere organizzato, di norma, tra le ventiquattro e le settantadue ore dalla conclusione dell’intervento.

 

 

Una figura emergente: il PPS Psychological Peer Supporter

Il PPS non è un sanitario, bensì un componente del team opportunamente formato in materia di aiuto psicologico ai colleghi. La sua formazione è focalizzata su:

  • sviluppo della capacità di ascolto attivo
  • comprensione delle sofferenze altrui
  • capacità di aiuto e di assistenza per la gestione dei problemi interpersonali tra i membri di una stessa squadra
  • capacità d’identificare le situazioni che necessitano d’invio ai professionisti della salute mentale.

La sua funzione appare importante per due motivi:

  • stabilire un clima di accettazione e di condivisione delle emozioni e dei vissuti dei colleghi
  • i Peer possono più facilmente fungere da ponte tra i colleghi che soffrono e i professionisti della salute mentale

In proposito, a testimonianza della lungimiranza della Forza Armata in un settore così delicato, è stato avviato personale militare per la frequenza di un “Corso Qualificativo per Operatori di Supporto Psicologico in Emergenza” che si è tenuto presso 1° Centro di Mobilitazione del Corpo Militare della Croce Rossa a Settimo Torinese, tenuto da personale medico militare della Croce Rossa Italiana in possesso di attinente specializzazione in psicologia e psichiatria (De Maria, 2012).

 

 

 

Conclusioni

La situazione internazionale è stata recentemente segnata da profondi e diffusi cambiamenti inerenti il Mediterraneo Sud Orientale che, sulla scia della cosiddetta “Primavera Araba”, hanno indotto una migrazione di massa dai Paesi nord africani verso il continente europeo attraverso l’Italia che, non a caso, è definita la porta dell’Europa.

In siffatto contesto e sulla scorta delle scorse tragedie che hanno visto, di fatto, perire in mare centinaia di immigrati, è stato predisposto un dispositivo aeronavale nazionale prima (Mare Nostrum) ed europeo dopo (Triton) di monitoraggio delle acque marittime che separano il continente africano da quello europeo.

Tale scenario impone al personale imbarcato sulle unità adibite a detto monitoraggio di fronteggiare oltre che l’emergenza in senso stretto (naufragio, trasbordo, assistenza medica etc) anche le sue dimensioni psicologiche che, inevitabilmente, si riversano sugli attori presenti sulla scena, siano essi vittime, parenti, superstiti, soccorritori o semplici spettatori dell’evento. In tale situazione il fattore umano rappresenta una dimensione pervasiva dell’emergenza sotto molteplici punti di vista posto che, tanto le vittime quanto i soccorritori, sono persone.

Il personale che interviene in situazioni di emergenza, solitamente, sviluppa una soglia di tolleranza – nei confronti di situazioni che possono mettere a rischio il suo equilibrio psicologico – piuttosto alta. Pur tuttavia, il rischio di essere seriamente coinvolto nelle esperienze traumatiche delle persone che soccorre (traumatizzazione vicaria[1]), deve essere tenuto in seria considerazione. In tale contesto appare evidente la necessità di tutelare il personale esposto a tali rischi mediante la predisposizione di un “cordone di assistenza psicologica” in grado di supportare e accogliere – con l’ausilio di professionisti della salute mentale – il personale militare che dovesse fare esplicita richiesta o inserire tra il personale che effettua attività in situazioni ad alto impatto emotivo, un’aliquota di militari opportunamente formati e addestrati (Psychological Peer Supporter). Tutto ciò ha il fine di riconoscere, tra i colleghi, sintomatologie o comportamenti meritevoli di maggiori attenzioni da parte del professionista della salute mentale oppure per la conduzione delle attività di defusing sopracitate.

Bibliografia:

  • Maria Teresa Fenoglio “Le emozioni dei soccorritori” in Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’assistenza umanitaria, n. 4/2010 pag. 47;
  • Antony James William Taylor “Towards the classification of disaster and victims” in Rivista di Traumatology, 5/1999 pp. 12-25;
  • Don M. Hartsought e Diane Garaventa (1985) “Disaster work and mental health: Prevention and control of stress among workers”, Rockville, Maryland, National Institute of Mental Helath, DHHS Publication n. adm. 84-1422 pag. 144
  • Luca Piarantoni, ed altri “Il disastro di Crevalcore”, in Rivista di Psicologia contemporanea, 206/2008 pp. 32-40
  • Luca Pierantoni e Gabriele Prati, “Psicologia dell’emergenza”, Il Mulino, Bologna, 2009.
  • Elena Malaguti “Educarsi alla resilienza – Come affrontare crisi e difficoltà e migliorarsi”, Erickson, Trento, 2005
  • Orazio De Maria, “Corso Qualificativo per Operatori di Supporto Psicologico in Emergenza” in Notiziario della Marina, Luglio – Agosto 2012, pag. 53.

 

Note:

(1)   Agito, in inglese, Acting – Out significa “passaggio all’atto”. E’ l’espressione dei propri vissuti emotivi conflittuali attraverso l’azione piuttosto che con il linguaggio. Il soggetto si comporta in modo poco riflessivo, senza considerare le possibili conseguenze negative delle sue azioni. In “psicoanalisi” è considerato come un tentativo di scarica della tensione emotiva, ottenuta mediante una reazione alla situazione attuale, come se fosse questa la causa scatenante (il conflitto interno). In alcuni soggetti esso si presenta come il tratto dominante della personalità e contraddistingue il modo di relazionarsi agli altri.

(2)   La traumatizzazione vicaria indica la possibilità che un soccorritore, durante l’attività di soccorso, viva in prima persona il trauma, non per esposizione diretta all’evento stressogeno bensì, semplicemente, entrando in contatto con la persona soccorsa. Tale disturbo, se non efficacemente controllato, può degenerare in una vera e propria patologia con implicazioni negative afferenti le reazioni fisiche (nausea, tremori muscolari, aumento ritmo respiratorio e della pressione sanguigna); le reazioni emozionali (senso di colpa, rabbia, angoscia, paura, depressione); e le reazioni cognitive (disorientamento, incapacità a concentrarsi, amnesia etc).

 

Giovanni SPACCAVENTO

 

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