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Lo scorso 16 gennaio durante Oltre il Dovere abbiamo consegnato un riconoscimento a Maria Liguori, moglie del maresciallo di Polizia locale Michele Liguori prematuramente scomparso per aver preso troppo a cuore il tema dei traffici di rifiuti tossici, tanto da ammalarsi e morire.

Accadeva il 19 gennaio 2014  [leggi anche questo articolo] ed è dovuto passare un anno perché alla famiglia fosse riconosciuto il legame tra la malattia che si è portata via un uomo con ancora tanto da vivere e il lavoro che svolgeva fino a poco tempo prima.

Nemmeno per Roberto Mancini, un commissario di polizia che non conosceva Liguori ma che indagava sugli stessi reati, quel riconoscimento/risarcimento fu così veloce: arrivò quando anche lui se n’era già andato, dopo che nell’aprile dello stesso anno aveva perso la battaglia contro un linfoma.

Cercavano le stesse verità, il poliziotto statale e quello locale, raccoglievano le stesse prove, calpestavano e respiravano gli stessi veleni.

Diremmo che era un servitore dello Stato Liguori, o meglio un Servitore della Comunità, perché il suo datore di lavoro non era un grande ministero ma Acerra, un piccolo comune napoletano nella terra dei fuochi.

Una differenza che però forse è entrata nelle procedure burocratiche per riconoscere un minimo risarcimento, che non riporta indietro ciò che il lavoro gli ha strappato, ma che dimostra che la comunità capisce e riconosce cosa è accaduto.

In gennaio, quando a Firenze abbiamo ascoltato le vedove Monika Mancini e Maria Liguori raccontare delle malattie che colpivano gli abitanti di quei luoghi, abbiamo capito che nessuno, adulto o  bambino, avrebbe dovuto vivere in una terra contaminata, giocare in una terra contaminata, respirare aria contaminata, mangiare alimenti coltivati ed allevati in aree contaminate, abitare edifici costruiti con materiali contaminati.

Abbiamo compreso che occorresse agire e che due poliziotti coraggiosi hanno trovato il modo di fare ciò che andava fatto, pagando a caro prezzo il loro senso del dovere.

In questi giorni di fine marzo apprendiamo da Maria Liguori che l’Inail ha riconosciuto a Michele la malattia professionale non tabellata, assicurando un minimo segnale concreto a chi ha subito una così grave perdita [leggi anche questa notizia].

Perché in questo nostro strano Paese non è sufficiente che le varie forze dell’ordine si muovano spesso in maniera indipendente anche quando indagano sugli stessi reati.

Accade pure che quando i nostri poliziotti muoiano per gli stessi motivi non abbiano il medesimo trattamento. All’inefficienza aggiungiamo perciò l’ingiustizia, un’ingiustizia che ora sembra essere stata sanata.

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