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Maxi emergenze: perchè formare i “professionisti dell’aiuto”

Maxi emergenze: l’importanza di formare i “professionisti dell’aiuto”

di Graziano Lori

Tratto dall’intervento al convegno “Dalle maxi emergenze agli eventi critici di servizio: quale formazione per gli operatori dell’emergenza e del soccorso” organizzato da AIF Toscana e tenutosi il 22 maggio 2012 a Firenze.

La legge 225/1992, istitutiva del Servizio Nazionale di Protezione Civile, all’art. 2, individua una triplice tipologia degli eventi e degli ambiti di competenze:

  • eventi di tipo A: quegli eventi naturali o connessi all’attività dell’uomo che possono essere fronteggiati mediante interventi attuabili dai singoli enti e amministrazioni competenti in via ordinaria;
  • eventi di tipo B: eventi naturali o connessi all’attività dell’uomo che per loro natura ed estensione comportano l’intervento coordinato di più enti o amministrazioni competenti in via ordinaria;
  • eventi di tipo C: calamità naturali, catastrofi o altri eventi che per intensità ed estensioni debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari.

In ambito sanitario le tipologie di eventi indicati come evento maggiore o catastrofe sono classificate come Maxi Emergenze e si differenziano dalle situazioni critiche in emergenza o dagli eventi critici individuali perché necessitano di una risposta qualitativamente più complessa.
Secondo il nostro ordinamento, ogni struttura sanitaria ospedaliera deve predisporre un piano di emergenza in caso di Mass Casuality Incident (MCI), finalizzata alla miglior gestione di un massiccio afflusso di feriti in caso di un evento con le caratteristiche di disastro come ad esempio un terremoto o un attentato terroristico.

Le caratteristiche del disastro
Le tre caratteristiche del disastro, per comprenderne l’impatto potenziale sulla comunità, sono:

  • il grado d’intensità dello stesso, che è direttamente connessa con i danni sia materiali sia in termini di perdite che l’evento provoca;
  • la durata dell’evento, che può protrarsi da pochi secondi, come un terremoto o un’esplosione, a molti minuti oppure ore, come un naufragio o un’inondazione, oppure può raggiungere i molti giorni, settimane o mesi come una guerra o un’epidemia;
  • l’ampiezza dell’area geografica interessata dall’evento, che può essere locale, regionale, nazionale o internazionale.

Negli ultimi anni la comunità scientifica internazionale ha coniato il nuovo termine di NATECH, cioè un disastro tecnologico innescato da un disastro naturale o viceversa, come ad esempio l’esplosione di una centrale nucleare dopo un violentissimo terremoto oppure il disastro ambientale derivante dallo sversamento del carico di una petroliera affondata.

L’importanza della formazione trasversale
La formazione non tecnica può essere considerata un efficace strumento per fronteggiare le criticità relazionali che spesso emergono nella gestione dell’emergenza da parte dei soccorritori, progettando l’intervento formativo visto in una dinamica relazionale individuo–team– contesto d’intervento (complicato).

Dalla letteratura scientifica emerge che molti degli errori commessi dagli operatori che intervengono in situazioni di emergenza sono dovuti alla criticità del lavoro in team e alle carenze comunicative fra loro; si pensi all’intervento di professionalità diverse autonome ma interdipendenti tra loro.
Questi professionisti fronteggiano situazioni drammatiche ed emotivamente coinvolgenti, dove devono operare a volte in regime d’urgenza e prendere decisioni rapide.

La formazione dedicata alle Non Technical Skills
Risultano quindi di particolare importanza nella formazione destinata a questi operatori, le competenze non tecniche o “Non Technical Skills” (NTS), conosciute come il complesso di competenze cognitive e sociali applicate a compiti di tipo operativo. Queste competenze includono la leadership, il team working, il processo di decision making, la consapevolezza della situazione e la comunicazione in emergenza, la gestione del proprio stress e delle vittime soccorse.
E’ la ricerca scientifica derivante dalla psicologia che ci aiuta maggiormente nella comprensione dell’impatto psicosociale di questi eventi sulle vittime, sugli operatori del soccorso e sulla comunità e nella costruzione di un efficace impianto formativo destinato agli operatori destinati al soccorso.
Secondo l’approccio psicosociale non è necessario che un evento, perché possa essere considerato un disastro, debba prevedere un ingente numero di morti e feriti; ci sono delle ricerche sull’impatto traumatico di eventi classificati come disastri in cui non c’è stata nessuna perdita umana, come ad esempio la tragica alluvione che ha colpito il Veneto nell’autunno del 2010.
Inoltre non sono da considerarsi disastri o maxi emergenze soltanto quegli eventi che si manifestano in modo improvviso e hanno una durata limitata nel tempo, ma possono provocare enormi traumi anche eventi molto prolungati come ad esempio guerre, genocidi o “pulizie etniche”.

Come definire l’esplosione della crisi
Quanto fin qui descritto è strettamente connesso con il termine di crisi e di gestione della crisi; infatti, i criteri conosciuti perché si possa parlare di esplosione della crisi, sono:

  1. rottura della continuità degli eventi naturali e del corso delle cose
  2. minaccia del regolare funzionamento di un gruppo di individui o di una comunità e minaccia concreta per l’integrità delle persone coinvolte (a volte per la vita intera)
  3. creazione di un punto di scelta obbligato (detto biforcazione) che implica l’urgenza e la necessità di agire da parte dei coinvolti spesso in contesti complicati e con carenza di informazioni, inadeguatezza di mezzi e scarso controllo della situazione, il tutto in condizioni di stress psicologico degli individui e dei gruppi.

 

I vari livelli di vittimizzazione e l’impatto sugli operatori del soccorso
Rispetto al grado di esposizione al disastro si possono individuare vari livelli di vittimizzazione (Taylor e Frazier,1989):

  • le vittime del primo tipo, cioè coloro che subiscono in maniera diretta l’evento;
  • le vittime del secondo tipo, cioè i parenti e le persone care delle vittime del primo tipo;
  • le vittime del terzo tipo, cioè il personale di soccorso che interviene nelle maxi emergenze e negli eventi critici;
  • le vittime del quarto tipo, cioè la comunità coinvolta nell’evento e chi in qualche modo ne è eventualmente responsabile;
  • le vittime del quinto tipo, gli individui il cui equilibrio psichico è tale che anche se non coinvolti direttamente nel disastro possono reagire con un disturbo emozionale
  • le vittime del sesto tipo, le persone che per un diverso concorso di circostanze avrebbero potuto essere loro stesse vittime del primo tipo.

Secondo questa classificazione ormai riconosciuta dalla comunità scientifica, gli operatori che intervengono in soccorso nelle situazioni di emergenza, come i poliziotti, i vigili del fuoco, gli operatori del 118 e della Protezione Civile, sono classificati come vittime del terzo tipo, perché esposti a degli interventi critici che possono provocare un particolare
stato di malessere o disagio psicologico, nonostante l’operatore metta in atto naturalmente delle strategie per fronteggiare queste difficoltà emotive.

Le capacità di risposta degli operatori del soccorso
Sono stati individuati alcuni fattori che possono influenzare le capacità di risposta dell’operatore del soccorso ad un disastro, quali le caratteristiche dell’evento, il numero delle vittime coinvolte e la loro modalità di decesso e la gravità o estensione dei danni materiali.
Fondamentali sono poi il grado di coinvolgimento individuale nell’evento e le caratteristiche personali del soggetto; ad esempio l’esistenza di problematiche psicopatologiche preesistenti o la precedente esposizione ad eventi traumatici.

Altri fattori che determinano la modalità con cui l’operatore del soccorso affronta e gestisce l’impatto con l’evento critico, sono il livello di controllo della situazione, il livello di preavviso dell’evento, il livello di minaccia percepita ed il livello di anormalità rispetto al corso normale delle cose.

Importante è anche la presenza simultanea di altri stressors, così come la natura ed il grado di sostegno sociale offerto subito dopo l’evento da parte dell’organizzazione d’appartenenza o dei familiari ed il grado di accoglienza da parte del soggetto dell’aiuto offertogli.
Ne consegue che le reazioni manifestate possono essere diverse da operatore ad operatore e da situazione a situazione, anche se apparentemente simili.

Le possibili reazioni degli operatori del soccorso
A proposito delle possibili reazioni degli operatori del soccorso, in seguito all’impatto con disastri o maxi emergenze, si possono avere reazioni che si esprimono sul piano del disagio senza necessariamente sfociare nella patologia; comunque, nonostante ciò, possono essere ugualmente disturbanti e possono verificarsi ad esempio una serie di alterazioni come quelle riguardanti:

  • la regolazione delle emozioni (rabbia, ansia, aggressività, vergogna, disperazione),
  • la percezione di sé (auto-efficacia, onnipotenza/impotenza, vittima/carnefice, adeguatezza/inadeguatezza),
  • l’attenzione (amnesia, distrazione),
  • i processi cognitivi (capacità di analisi, processi di pensiero, automatismi, ecc.),
  • le relazioni con gli altri (fiducia/sfiducia, vittimizzazioni, ecc.),
  • le somatizzazioni (disturbi psicosomatici).

Le suddette conseguenze possono portare l’operatore ad un generale stato di stress lavorativo, risultato di uno squilibrio fra risorse disponibili e richieste dell’ambiente esterno.
Lo stress è uno stato di malessere che si manifesta con sintomi fisici, psichici o sociali legati all’incapacità delle persone di colmare uno scarto tra i loro bisogni ed aspettative e la loro attività lavorativa.

Nell’operatore, in seguito all’impatto con l’evento traumatico, possono
manifestarsi anche reazioni di natura patologica, come il disturbo posttraumatico da stress, ossia una reazione di stress post traumatica
protratta, la cui diagnosi richiede la presenza di tre categorie di fattori: la ripetizione dell’evento, l’evitamento di luoghi o persone che ricordano l’evento e l’attivazione fisiologica elevata (es., continuo stato di allerta, irritabilità).

Tra le altre reazioni che l’operatore di polizia e del soccorso può trovarsi a sperimentare, va ricordata la traumatizzazione vicaria, per cui l’esposizione al contatto della sofferenza umana altrui comporta per l’operatore l’esporsi agli stessi dolori della vittima e anche il provare gli stessi sintomi.

Questo concetto di stress traumatico secondario, introdotto nei primi anni ottanta da Figley, può essere definito come la reazione comportamentale ed emotiva in seguito al soccorso di persone traumatizzate, quindi alla esposizione ad eventi traumatici vissuti dalle vittime. Pertanto, anche se l’esposizione dell’operatore all’evento traumatico è indiretta, i sintomi che ne conseguono possono essere gli stessi dello stress post-traumatico (DAS – PTSD).

Motivi di disagio e motivi di soddisfazione degli operatori
A seguito degli stessi studi sull’esposizione ad eventi traumatici durante le operazioni di soccorso, da parte degli operatori, sempre Figley introdusse il concetto di compassion fatigue (Figley 1995), che può essere tradotto come “affaticamento della compartecipazione”; questo per indicare il disagio psicologico causato da sentimenti derivanti dall’esposizione continua al dolore da parte delle vittime di un evento
traumatico.

Molti studi e ricerche spesso si soffermano solo sugli esiti negativi delle operazioni di soccorso sugli operatori, senza prendere in considerazione anche gli aspetti positivi derivanti dal senso di soddisfazione professionale riportato dai soccorritori.
Nella nostra esperienza diretta abbiamo constatato spesso quanto gli operatori di polizia locale e tutti gli altri soccorritori manifestino esiti positivi durante e dopo le attività di soccorso nelle grandi emergenze, spesso definite dagli stessi come esperienze arricchenti
professionalmente, come maggiore senso di utilità, spirito di corpo e coesione sociale, motivazione e senso di soddisfazione derivanti dal loro lavoro, senso di piacere e di gratificazione personale, orgoglio.
Uno dei costrutti più recenti legati allo studio sull’impatto di eventi particolarmente traumatici sugli operatori, è basato sul concetto di compassion satisfaction (Stamm, 2002) che descrive gli effetti positivi che un operatore può esperire dalla propria attività di soccorso e di aiuto a vittime di eventi traumatici.

Per approfondimenti:
convegno
relazione