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Il lavoro di Polizia, indipendentemente dal corpo di appartenenza, è riconosciuto in letteratura come altamente stressante.

In modo ancor più particolare risulta essere quello della Polizia Penitenziaria, che vive a contatto diretto con l’altra faccia del sistema: i carcerati.

Spesso gli atteggiamenti aggressivi messi in atto dai detenuti non sono il risultato di chissà quale disturbo psichico, ma la conseguenza della difficoltà o della resistenza di adattarsi alle regole detentive in vigore.

Non mancano atto di atteggiamenti apertamente oppositivi, che si manifestano il più delle volte attraverso l’aggressività, sia auto che etero diretta.

Tra i comportamenti aggressivi auto diretti troviamo quelli che provocano un danno alla persona: autolesionismo, rifiuto del cibo e stati depressivi.

Quando l’aggressività è etero diretta può esplicitarsi sia in comportamenti di tipo impulsivo a carattere esplosivo, che in tentativi di affermazione o prevaricazione nei confronti degli altri, che possono essere i compagni di carcere, ma anche e spesso gli agenti di Polizia Penitenziaria.

Il sistema penitenziario è da sempre un ambito complesso: i suoi appartenenti vivono spesso situazioni di grande tensione legati sia al contenuto specifico dell’attività professionale, sia alla necessità di adeguare continuamente registri comportamentali e comunicativi in base alle situazioni che si verificano, all’interlocutore, al contesto ambientale.

L’operatore di Polizia penitenziaria vive costantemente a contatto con situazioni umane estreme di aggressività e, nello stesso tempo, ha il difficile compito di tornare alla normalità, non solo a livello professionale, ma anche personale, bypassando così molte volte il proprio mondo emozionale e tralasciando quello che sta avvenendo a livello emotivo.

L’attenzione della nostra associazione a questa realtà ci fa evidenziare, così come lo fanno le diverse ricerche effettuate in diverse realtà località dall’amministrazione penitenziaria, che questo personale è esposto in modo particolarmente rilevante a fattori di stress lavoro- correlato, oltre ad essere soggetto allo sviluppo della sindrome del burn-out.

Tali considerazioni ci portano a credere sempre più in quella parte della nostra mission che riguardano  l’aspetto relazionale, della comunicazione, della promozione del benessere e prevenzione del disagio, attraverso un intervento mirato, tempestivo ed efficace.

Ecco perché tra le nostre attività proponiamo l’attuazione di programmi di prevenzione e sostegno di counseling e psicologico per gli appartenenti alle forze di polizia.

Riteniamo importantissimo saper gestire le proprie risorse in momenti di crisi e saper creare una cassetta degli attrezzi per poter coordinare i diversi livelli di intervento.
Per farlo bisogna però essere formati, supportati e non lasciati soli, isolati.

Come si costruisce tutto questo?

Attraverso la formazione preventiva che ha lo scopo di dotarci di risorse in grado di rispondere all’evento critico e attraverso il sostegno di un gruppo di professionisti, counselors, psicologi, psicoterapeuti e colleghi formati in modo specifico nel supporto tra pari, in grado di intervenire e rispondere alle richieste di aiuto.

L’attivazione di un simile servizio integrando professionisti esterni e peer suppor garantito da operatori-ponte pone attenzione alla dimensione psichica dell’individuo e consente di

  • svolgere un’importante azione di promozione della salute
  • porre tra i suoi obiettivi quello di ridurre il disagio psicologico e lo stress lavoro- correlato
  • creare un servizio che faciliti l’accesso ad un supporto adeguato e riservato, proteggendo da timori su conseguenze personali, incidenti di carriera, …
  • incrementare i fattori di protezione e promozione della salute
  • contribuire a ridurre il fenomeno del suicidio tra gli operatori, che nella Penitenziaria conta le conseguenze peggiori.

Emanuela Haimovici

Per approfondire:

 

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