Il sostegno psicologico professionale durante l’emergenza Covid19: un’esperienza diretta

Mi chiamo Melissa Malucelli, sono una psicologa e, da qualche anno, anche psicologa volontaria del Nucleo di Protezione Civile dell’Associazione CerchioBlu: insieme ai colleghi, in occasione di questa emergenza, ho prestato supporto psicologico alle persone contagiate dal Covid-19, agli operatori e volontari tutti della Protezione Civile del comune di Firenze.

Professionalità, competenza e preparazione sono le nostre parole d’ordine, nel lavoro così come nel volontariato ma, nonostante ciò, questa volta ci siamo scontrati con una realtà psicologica senza eguali, dove gli utenti stessi ci hanno insegnato, attraverso il loro racconto e il loro vissuto, a capire che cosa volesse dire essere contagiati, essere la causa di altri contagi ma, soprattutto, hanno condiviso con noi la più grande sofferenza dell’essere umano: essere soli. Sentirsi soli. E spaventati.

Il 2020 sarà per molti di noi una data che difficilmente verrà dimenticata, è stato l’anno di una pandemia mondiale in cui migliaia di persone hanno perso la vita in un lasso di tempo brevissimo, in cui medici, operatori sanitari, operatori di Protezione Civile e cittadini erano del tutto impreparati ad affrontare un qualcosa di completamente sconosciuto, improvviso, di dimensioni spropositate: un virus letale che per tanti, troppi, non ha lasciato scampo.

La morte, il dolore, la paura, l’isolamento .. sono fattori che hanno psicologicamente devastato non solo chi, a diversi livelli, è stato direttamente toccato da questa emergenza ma hanno messo a dura prova la salute psicologica di  tutta l’intera popolazione italiana.

L’attivazione del servizio di supporto psicologico, finalizzato perlopiù a contenere e ristabilire un equilibrio psico emotivo, è stato, a mio parere, decisamente utile e doveroso.

Supporto Psicologico professionale alle persone positive al virus in bio contenimento

Tra i nostri servizi quello di garantire la presenza giornaliera di un professionista all’interno della sede della Protezione Civile di Firenze il quale, attraverso una presenza rassicurante e costante, ha affiancato il lavoro degli operatori permettendo loro di appoggiarsi a noi in caso di stress, alterazioni emozionali o semplicemente in caso di sfogo personale. Un servizio nuovo questo, mai attivato prima d’ora e che inizialmente aveva portato a qualche remora, sia a livello logistico che personale in virtù del fatto che qualcuno potesse avere, si sa, qualche resistenza verso la nostra professione e che potesse non accettare pienamente di dover, in piena emergenza, confrontarsi con una presenza nuova. E sconosciuta. Dubbi, preoccupazioni, timori i miei ma forse è più corretto dire i nostri, dissolti poche ore dopo l’inizio del primo turno perché la forza della coesione del gruppo, l’accettazione a tutto tondo del nostro supporto e la spiccata capacità di adattamento che contraddistingue chi ha deciso di fare questo lavoro, hanno fatto si che ognuno di noi, con il proprio ruolo e le proprie competenze, entrasse in un sistema nuovo, riadattato ma perfettamente funzionante dove empatia, fiducia e capacità di cogliere tempestivamente la situazione di disagio hanno fatto da padrone oltrepassando quelli che sono le normali procedure del setting a favore di un rapporto più formale e spontaneo.

Non più dottoressa quindi, né colei che impone la propria supremazia professionale ma una professionista con cui, tra una confidenza e un’altra, condividere insieme, amichevolmente, anche un caffè o un pranzo.

Mi sono occupata, poi, anche di diversi casi di persone in isolamento extrafamiliare sia provenienti dal campo di viale Guidoni, sia dagli alberghi sanitari di Coverciano: ognuno aveva una sua storia, ognuno proveniva da una realtà più o meno problematica, qualcuno con famiglia e lavoro, qualcun altro single e disoccupato ma tutti, in quel preciso momento della loro vita, rinchiusi in quella camera, avevano un’unica grande necessità: il contatto umano.

Essere soli, isolati fisicamente dal resto della società e dai propri familiari per un tempo indefinito che non dipende da noi ci rende impotenti, fragili, piccoli … siamo nelle mani di un qualcosa che non possiamo controllare e che non ci da previsioni né speranze a cui aggrapparci.

Ecco, il senso di disperazione e di angoscia, la sensazione di “impazzire” sono state le condizioni psicologiche con cui ho dovuto lavorare maggiormente. Dopo uno sfogo iniziale e un pianto liberatorio si passava ad una specie di “fase 2” in cui prevalevano le preoccupazioni per i familiari,  per i figli piccoli da gestire che, talvolta, si domandavano perché la loro mamma o il loro papà non fossero a casa con loro, e i sensi di colpa per aver contagiato altre persone: genitori, coniugi, colleghi, amici.

Il nostro supporto è stato di grande aiuto, gli utenti attendevano la nostra telefonata e alle volte si accertavano che il giorno dopo venissero realmente ricontattati da noi: ci aspettavano, impazienti.. un pò come si aspetta a casa il medico di famiglia quando si sta male.

Sentire la loro sofferenza alleviarsi a fine colloquio, percepirli più tranquilli e accorgermi che qualcuno alle volte riusciva anche a  sorridere quando,  minuti prima, era in preda allo sconforto e all’agitazione mi ha fatto amare ancora di più il mio lavoro perché quando si ama la gente, l’unica cosa che si desidera, è saperla felice.

Come professionista e come donna questa esperienza mi ha arricchito molto, ho toccato con mano gli effetti di una privazione sensoriale legate alla solutine fisica, non voluta, non programmata, non meritata. Ho capito quanto sia indispensabile per l’essere umano l’importanza di un abbraccio, un bacio o semplicemente un sorriso e, insieme a loro, ho capito quanto, troppo spesso, diamo per scontato queste cose all’apparenza piccole e poco importanti ma che lasciano un vuoto enorme quando non ci sono più.

Ricordo la frase di una mamma che, tra le lacrime soffocate, mi disse: “ Oggi è il compleanno di mio figlio piccolo, dovevo essere a casa a preparargli la torta e fotografarlo mentre spegneva le candeline e non essere qua. E’ troppo piccolo per capire che cosa stia succedendo e io mi sento tanto in colpa…” : poche parole ma che racchiudono un enorme dolore. Quello di una mamma.


Dr.ssa Melissa Malucelli – E’ una Psicologa Psicoterapeuta, svolge la sua attività sua nel Nucleo di Protezione Civile CERCHIOBLU sia nella Rete Nazionale Psicologi CERCHIOBLU.

 

 

 

 


 

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